Non siamo qui per divertirci. Ma nemmeno per romperci le palle.

Posted by on Ott 11, 2015 in Uncategorized

Ovvero come si insegna ad amare lo storytelling

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Prima superiore.

Primo giorno di scuola.

Prima lezione di italiano.

Il professore entra, fa un cenno di saluto senza parlare e si gira verso la lavagna.

La lavagna è una di quelle doppie, due lastre di ardesia in due cornici affiancate.

Su quella di sinistra scrive

“NON SIAMO QUI PER DIVERTIRCI”.

E si sentono i mugugni. Su quella di destra scrive

“MA NEMMENO PER ROMPERCI LE PA..E”.

Ci conquista immediatamente tutti. Da quel momento è padrone assoluto delle nostre anime di adolescenti.

Così tutti stavamo a sentire i suoi racconti, le sue storie.

Leopardi diventò l’amico sfigatello che ci raccontava i suoi amori sfortunati e i suoi insuccessi con le ragazze.

D’Annunzio, sl contrario, lo spavaldo bulletto dongiovanni che “beccava alla grande” come si diceva allora.

Dante era l’inventore del genere horror, altro che zombie, mostri, diavoli, vampiri ed extraterrestri, lui aveva già scritto queste cose 700 anni prima di tutti gli altri.

Manzoni no, non piaceva nemmeno al nostro professore: è inutile raccontare la storia di due che vogliono sposarsi a tutti i costi; la vera avventura è riuscire a rimanere sposati nonostante le mille difficoltà del matrimonio. Questa sì è roba da eroi.

Erano gli anni ’80 e lui ci faceva storytelling quando la parola inglese più in voga era yuppie. In pratica, quando lo storytelling non si chiamava ancora storytelling.

E notare che Robin Williams doveva ancora leggere il copione dell’Attimo Fuggente.

“Quando eravate bambini, le vostre mamme vi leggevano delle storie per farvi dormire. Adesso che siete grandi, le storie servono per svegliarvi.”

Avete dei nonni che vi raccontano delle belle storie? Teneteveli stretti, godeteveli, passate con loro più tempo che potete, chiedetegli “raccontami un’altra storia”.

Vi dimenticherete fra pochi giorni o poche ore la data del trattato di Cateau-Cambrésis, ma vi ricorderete una bella storia per tutta la vita.

Così io iniziai ad amare le storie, la lettura, la letteratura.

Perché farcela amare fu un gioco.

Ogni lezione raccontava una storia e poi ci chiedeva: “che titolo dareste a questa storia?”

Così ci raccontò di un bimbo che trovava una mappa del tesoro su un’isola lontana, e che partiva su una nave per andarlo a prendere, ma poi scopriva che i marinai erano dei pirati, e che l’avrebbero ucciso.

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Oppure ci raccontava di un altro bambino che un giorno, mentre era al cimitero sulla tomba di sua madre, fu assalito da un galeotto evaso dalla prigione, ce gli chiese di portargli del cibo perché stava morendo di fame. Il ragazzo glielo portò, ma l’evaso fu arrestato e riportato in prigione. Anni dopo, quando il bambino era ormai un giovanotto, iniziò a ricevere dei soldi che lo trasformarono in un uomo ricco, e scoprì che era il vecchio ex-galeotto che lo ringraziava della sua gentilezza.

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Non importa se conoscete già la storia perché l’avete letta su una riduzione per bambini, o su un fumetto, o avete visto il film: leggetela di nuovo, perché una bella storia è un amico che cresce insieme a voi. Adesso vi sembrerà una storia per giocare, poi quando vi innamorerete ci ritroverete una storia d’amore, quando sarete tristi ci troverete qualcosa che è triste come voi, quando sarete felici ci troverete un motivo in più per essere felici.

Ci raccontava storie di bambini: Jim Hawkins, Pip, David Copperfield, Oliver Twist, Tom Sawyer, Huckleberry Finn divennero i miei compagni di banco, i miei fratelli, i miei cugini, i miei amici.

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E i miei nonni diventarono Dickens, Stevenson, Twain….

Poi, quando i nostri ormoni cominciarono a impazzire, fu la volta dell’amore raccontato:

“prendete un sonetto di Petrarca e scegliete due versi da scrivere alla ragazza che vi piace”

Oppure leggevamo Werther e l’Educazione Sentimentale per farci capire che con gli amori impossibili è meglio non esagerare. E a proposito di Werther ci diceva:

leggete prima Werther e poi Jacopo Ortis, capirete che copiare è facile, ma annoiare a morte è ancora più facile.

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Niente Iliade (“non riuscirò mai a farvi stare seri parlando di un posto che si chiama Troia”) ma Cesare Pavese (“ognuno di voi ha di sicuro qualche parente in campagna: andateci finché siete giovani e vivete la campagna, perché da grandi ci passerete solo in macchina”).

Allora, se è vero che la scuola è maestra per la vita, cosa può insegnarmi ancora oggi il mio professore di italiano, adesso che faccio il copywriter e i clienti mi chiedono “mi fai un chilo di storytelling?”

 

Ci raccontava storie di bambini

brand relationship > massima identificazione con il target

 

Ci ha fatto capire che i libri ti aprono un mondo

brand awareness > comunicare e motivare il valore

 

Ci ha fatto capire come nascono le storie

brand architecture > tecnica e strategia

 

Ci ha insegnato a condividere le nostre esperienze di storie

brand community > analizzare più punti di vista

 

Ci ha insegnato a rendere importanti le storie nella nostra vita

brand culture > influenzare positivamente il comportamento

 

Ci ha fatto amare la lettura e poi la letteratura

brand engagement > creare un legame emotivo

 

Ci ha fatto venir voglia di scoprire sempre di più

brand loyalty > fidelizzare, non poterne fare a meno

 

Ognuno di noi raccontava agli altri il libro che stava leggendo

brand ambassador > fare in modo che ti conosce parli bene di te

 

Ha fatto in modo che portassimo con noi i libri che amiamo

brand recall > instillare la passione

 

All’epoca nessuno in Italia diceva “brand recall” e io non sapevo cosa fosse un copywriter. Sognavo di diventare il più grande pianista del mondo, ma sarà per gli insegnamenti di questo professore, sarà per il dito che mi sono spaccato giocando a calcio, oggi invece della tastiera di uno Steinway sono su quella di un Mac.

Ma questa è un’altra storia.