Il Salone del Gusto farà la fine del PD?

Posted by on Set 20, 2018 in Uncategorized

 

Per la prima volta in vita mia esco dal Salone del Gusto con l’amaro in bocca, con una sensazione spiacevole di ultimi giorni dell’impero. Mi è apparso evidente e stridente lo scollamento tra ciò che succede in Salone e ciò che succede nel mondo reale. Vedo le facce stanche degli espositori già la prima mattina del salone, i passi (e i pasti) strascicati dei visitatori, non scorgo traccia dell’entusiasmo che vedevo gli anni scorsi nell’assaggiare un prodotto originale, nello scoprire un nuovo produttore o nel sentire una storia di un ingrediente, di una preparazione, di un abbinamento…

La cartina al tornasole è un cartello scritto a mano che vedo sul banchetto di un produttore siciliano di confetture: I NOSTRI PRODOTTI SONO IN VENDITA TUTTO L’ANNO DA EATALY.

Santo cielo, e questo dovrebbe farmi venir voglia di comprarli al Salone del Gusto?!

Evidentemente questo produttore (e tanti come lui) pensano che basti dire “siamo da Eataly” per avere la patente del prodotto di culto. No caro mio, non basta. Non basta avere prezzi alti, non basta dire noi vendiamo da Eataly.

Se non ricevo emozioni, non spendo 18 euro per una scatoletta di tonno.

 

E questo lo testimoniano i visitatori: vedo aggirarsi fra gli stand solo vecchietti, scolaresche e operatori professionali.

I vecchietti? Compreranno ancora per poco, e poi chissà cosa faranno gli eredi con i loro soldi, forse la spesa alla Lidl.

I bambini delle scolaresche? Va bene educarli da piccoli al piacere delle cose buone, ma chissà cosa compreranno fra 15 anni.

Gli operatori professionali? Ovviamente interessati a tutto ciò che profuma di business, ma di business intorno ne vedono decisamente meno rispetto alle edizioni precedenti (mio sondaggio personale condotto chiacchierando qua e là, nessuna pretesa di attendibilità statistica, ma le percezioni valgono).

A proposito di statistica: nel 2016 erano ben 28 i miei clienti che partecipavano alla precedente edizione del Salone del Gusto. Oggi ce n’erano solo 2.

Ciò significa che 26 aziende di food&beverage di alto livello, aziende che vanno bene, che sono sufficientemente illuminate e redditizie da potersi permettere il mio lavoro comunicativo, hanno deciso di non spendere quei 4-5.000 euro per 4 giorni di fiera, ma di investire questi soldi in altri settori, ad esempio una comunicazione social interessante e che crea contatti tutto l’anno, oppure addestrando agenti e venditori che vanno in giro a raccontare le qualità e le storie dei propri prodotti.

E questo dovrebbe far riflettere, parecchio.

Mi sembra di vedere nel Salone del Gusto un declino tipo quello del PD, ossia persone che parlano solo a se stesse, senza preoccuparsi di rendere attrattivo il proprio operato.

Slow Food sta perdendo la sua forza disruptive, si sta attorcigliando a parlare solo a sé e alle persone che già reclutato nel tempo, e che mano mano si stanno riducendo.

Bisogna darsi da fare tutti quanti: i produttori nel trovare nuove storie da raccontare e non solo pavoneggiarsi “noi siamo da Eataly”; Slow Food nell’essere più attraente, più disponibile, meno ministero.

Ora mi chiedo: ha ancora senso fare un Salone del Gusto per assaggiare una zuppa di fagioli della Cambogia? O pagare una piadina 9 euro? O 1 euro una minitapas di 3 centimetri quadrati di pane e prosciutto?

Purtroppo non vedo più il piacere che rendeva il Salone un momento da gustare in tutti i sensi:

-per i visitatori il piacere di scoprire

-per gli espositore il piacere di raccontare

Quello che vedo è una macchina per fare soldi, ma che ne sta facendo di meno proprio perché ha perso il suo valore di trasmettere emozioni.

E riecco il mantra:

Se non ricevo emozioni, non spendo 18 euro per una scatoletta di tonno.

Praticamente è solo più un gruppo di business, un meeting point tra imprenditori, produttori e distributori, tutte cose che al pubblico interessano ben poco. A quello stesso pubblico che infatti non viene più al Salone del Gusto, ma va a fare la spesa alla Lidl.