Il Castello delle Meraviglie

Posted by on Ott 3, 2015 in Uncategorized

Il più grande violinista della storia, uno sfortunato principe scozzese, un romantico scrittore piemontese e il riso più buono del mondo

 

“Pioveva su tutte le langhe” scriveva Beppe Fenoglio all’inizio della Malora.

“Pioveva su tutto il Roero” pensavo mentre guidavo verso Magliano Alfieri.

Uno va a Magliano Alfieri per vedere il castello, o per trovare degli amici, o per mangiare bene. Io andavo a fare tutte e tre le cose.

Mi aspettava una cena dentro il castello, cucinata da Stefano Paganini, insieme agli amici di Atmosfera e Il Buon Riso.

Sul sedile dietro, mia figlia dormiva. Sul sedile accanto a me, mia moglie scrutava i pochi cartelli stradali. Io pensavo a quando viaggiavo su queste strade senza moglie e tantomeno figlia, e pieno di vino nel baule e nel corpo.

Quando entri a Magliano Alfieri il castello non ti appare imperioso all’improvviso come farebbe un castello scozzese, non si erge padrone della campagna come farebbe uno inglese, o non si presenta inghirlandato e profumato come farebbe uno francese. No, lui appare piano piano dietro la svolta di un muro, garbatamente, senza clamore, in puro stile piemontese. Senza farsi notare troppo: non è il castello che fa fermare i pullman di turisti giapponesi, ma è quello che non sfugge all’occhio del cultore della storia, che riconosce i mattoni del barocco, le linee severe disegnate da un architetto di uno stato soldato come era quello dei Savoia, con i decori che ricordano le chiese e i palazzi che incontri negli angoli più belli di Torino.

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Apri la porta di legno e devi spingerla forte perché raschia e si blocca su una mattonella di cotto posata da un muratore del ‘700.

Entri e vedi luce. Il bianco degli arredi, i colori pastello degli affreschi barocchi, ti danno immediatamente quel senso di calore di cui sentivi di aver bisogno dopo aver superato colline buie, fredde e nebbiose.

Forse è la stessa sensazione che provavano i conti Alfieri quando scendevano dalla carrozza ed entravano in questo castello arrivando dal loro palazzo di Asti.

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Di sicuro il piccolo Vittorio Alfieri, che dopo qualche anno avrebbe inventato il teatro italiano e sarebbe diventato il precursore dell’artista romantico, con i suoi viaggi e i suoi amori appassionati, adulterini e contrastati in giro per l’Europa, si metteva a correre per il castello proprio come sta facendo mia figlia, che esplora sala dopo sala in cerca di passaggi segreti e armadi di Narnia.

La vera magìa si svela quando entra in scena Stefano Paganini. Il cognome potrebbe evocare il leggendario violinista, e lui ci gioca mettendo il violino nel logo del ristorante, ma a me fa pensare all’unione fra il Piemonte di campagna e la Liguria di Genova dove Niccolò Paganini nacque nel 1782, più o meno nell’epoca in cui Vittorio Alfieri veniva in vacanza in questo castello. Liguria e Piemonte, Regno di Sardegna, terre dure e concrete, dove la gente badava al sodo.Vittorio_Alfieri_1

E lui lavora sodo. Inventa, certo, ma con un legame deciso e indissolubile con la propria terra.

Stefano Paganini non è il violinista del diavolo, non gioca a fare il divo per strappare applausi al pubblico maschile e sospiri a quello femminile.

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Anzi, è il contrario dei due grandi personaggi che aleggiano in questo castello: Vittorio Alfieri e Niccolò Paganini, che giravano l’Europa a conquistare dame, duellare con nobili, diveggiare nei salotti.

Stefano è nato solo poche colline più in là, e su queste colline ha sempre lavorato. Conosce la terra, sa quanto è bassa e anche quanto sono alte le meraviglie che produce.

Non si è mai disvassallato dal suo Piemonte, dalle sue colline.

Così non è stato un caso che gli sia stato chiesto di creare il ricettario del Buon Riso.

Quando la porta di legno si apre e vedo entrare Gianfranco Carosso di Atmosfera sento che c’è aria di casa.

Gianfranco
Una persona con cui lavori da oltre 10 anni è una rarità in questo mondo in cui le aziende e clienti cambiano come le stagioni. Mi ricordo ancora la prima volta che mi telefonò: era l’autunno del 2002, stavo uscendo dalla tangenziale a Volvera, e la sua voce attraverso lo StarTac Motorola mi disse: “dobbiamo fare un calendario di alta cucina, e ci servono dei testi creativi.” E oggi ci ritroviamo proprio in un tempio di alta, altissima cucina.

Spunta la testa ricciolissima di Guido Siviero, magnifico fotografo di food, che ha immortalato nel ricettario Risotti d’Autore i piatti creati da Stefano Paganini.

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Dopo pochi minuti si affaccia la famiglia Traversa. Riccardo è il grande capo del Buon Riso, la terza generazione di una famiglia votata a uno dei prodotti d’eccellenza del Piemonte.

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È un altro legame che mi unisce a questo posto e a questa serata: mia nonna usava il pacco rosso del Buon Riso, mia mamma anche, e adesso anche mia figlia di 6 anni riconosce il pacco rosso come un elemento di famiglia.

Ci sediamo, e dalla cucina iniziano ad arrivare le delizie create da Stefano Paganini.

Gli arancini alla piemontese, polpettine ripiene di riso con peperoni e acciughe; le gallette di riso con caprino caldo, miele e pepe; le sfogliatine di riso allo zafferano una specie di nuvola di drago ma fatta da uno chef del Roero.

L’antipasto è un monumentale piatto di riso Venere, pesce spada affumicato e frutti di bosco.Venere_PesceSpada-FruttiRossi

Il primo è il risotto Carnaroli con porcini e mele verdi, uno dei risotti più buoni della mia vita.Carnaroli_Porcini-MeleVerdi

Poi l’agnello con riso Ermes alla menta, la cui freschezza dona un rugiadoso tocco di primavera a questa serata d’autunno fra le nebbie piemontesi.RossoErmes_Agnello-Menta

Il dolce è pari alle aspettative: crema di latte e riso Vialone Nano con gelato allo zafferano.RisoLatte_b

Non andremmo più via da questo incanto. Poco dopo Stefano emerge dalla cucina, prende una sedia e si siede fra me e Riccardo Traversa. Davanti a me ho le carte con cui i bambini hanno appena fatto giochetti di magia, e trovarsi le carte sul tavolo fra amici mi fa tornare alle osterie di Langa o di barriera cantate da Cesare Pavese, quelle che ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare da ragazzo prima che si trasformassero in pretenziosi wine-bar (quelle di Langa) o in squallidi covi di slot machine (quelle di barriera).

Sono quasi le due di notte quando usciamo. Prendo in braccio Sofia che intanto si è addormentata. Fuori ricomincia a piovere. Piove su tutta la Langa. Ma nelle papille gustative della mia anima splende il sole.

 

Una digressione, giusto per capire che tipo di persona viveva in questo castello

Un amore di Vittorio Alfieri

Immagina di essere il figlio del re di Scozia.

Tuo padre è stato deposto dagli inglesi, che si sono impadroniti della tua nazione.

Tu sei in esilio in Francia.

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Una delegazione di capi clan delle Highlands ti fa sapere che sono pronti alla ribellione e che ti aspettano in Scozia per guidare la rivolta e rimetterti sul trono dei tuoi padri.

Tu parti dalla Francia, sbarchi sulla spiaggia di un fiordo scozzese e vieni accolto come un liberatore.

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Guidi le truppe degli Highlanders sconfiggendo le giubbe rosse inglesi, l’esercito dell’impero più grande del mondo a quell’epoca. Procedi verso sud trionfalmente, vittoria dopo vittoria, fino a Swarkestone Bridge, nel Derbyshire. Mancano solo più 150 chilometri e sei a Londra, e potrai affrontare il re d’Inghilterra dicendogli da padrone “ridammi il mio regno”. Ma le cose iniziano a girare storte.

L’esercito inglese richiama truppe dalle colonie, e i tuoi guerrieri scozzesi cominciano a sentire la fatica e le perdite. Vieni ricacciato a nord, contea dopo contea e battaglia dopo battaglia.

Ritorni in Scozia braccato dall’esercito inglese, e nella brughiera di Culloden finisce il tuo sogno, in una sanguinosa caccia all’uomo in cui i tuoi eroici Highlanders verranno sterminati dalle giubbe rosse inferocite guidate dal duca di Cumberland che verrà ricordato come “the Butcher”, il Macellaio.

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Il Re d’Inghilterra mette sulla tua testa una taglia di 30.000 sterline, una cifra miliardaria per l’epoca, ma nessuno in Scozia ti tradisce, così tu devi lasciare la tua terra scappando, imbarcandoti di notte dalla stessa spiaggia su cui eri sbarcato pieno di sogni di gloria.

Questa è la storia di Charles Edward Stuart, chiamato Bonnie Prince Charlie, che nel 1745 tentò di riconquistare il trono scozzese.

Dopo la sanguinosa disfatta tornò in Francia, poi in Italia. Qui, quasi trent’anni dopo sposò la contessa d’Albany, che all’epoca della guerra di Scozia doveva ancora nascere. La giovane sposa si stancò ben presto di questo vecchio pretendente al trono che, da scozzese deluso e senza più sogni, annegava i rimpianti in abbondanti dosi di alcol, trascurandola, tradendola e picchiandola.

Così fu facile per lei innamorarsi del giovane poeta piemontese Vittorio Alfieri. Stanca del marito ubriaco e violento, si chiuse in un convento, e una notte fuggì con il suo amato poeta Vittorio, che teatralmente la caricò sulla propria carrozza portandola via verso una nuova vita d’amore. Almeno, questo è ciò che racconta nella sua “Vita di Vittorio Alfieri da Asti scritta da esso”. Alfieri sarebbe stato un magnifico sceneggiatore di Hollywood.

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